Diario di un seduttore di Soren Kierkegaard

Ho in dispregio quel giudice che mediante la promessa della libertà spinge alla confessione un colpevole. Un siffatto giudice rinuncia alla propria forza e alla propria dignità. Nella mia prassi viene ancora tenuta presente la norma che io nulla desidero che nel senso più rigoroso non mi venga donato liberamente. Che tali sistemi li adoperino i seduttori da strapazzo! D’altronde, che cosa ne ottengono? Chi non è capace di circuire una fanciulla al punto tale che questa perda di vista tutto quanto si vuole che ella non veda, chi non riesce ad impadronirsi dell’anima di una fanciulla fino al punto che tutto di lei sia concesso secondo il proprio desiderio, costui è e rimane un ciabattino.  Non sarò io a invidiargli i suoi piaceri. Ciabattino è e rimane un tale seduttore, un tale uomo; e questo di me in nessun modo si può dire. Io sono un esteta, un erotico, uno che ha compreso l’essenza e l’importanza dell’amore, e questo conosce profondamente. Nondimeno, ho opinioni tutte mie in proposito: quali, cioè, che ogni romanzo d’amore debba durare al massimo mezzo anno, e che ogni relazione debba cessare allorché la si sia goduta fino in fondo. Tutto questo io so, e so ancora che il più grande godimento che mai si possa immaginare è di essere amati, amati sopra ogni cosa al mondo. Impadronirsi dell’anima di una ragazza è un arte, ma rendersi liberi è un capolavoro. Sebbene quest’ultimo dipenda essenzialmente dalla prima.

 

Soren Kierkegaard, Diario di un seduttore, Bur, Milano, 2004

 

 

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